In Turchia, se chiedi indicazioni per un monumento, finisce che ti ritrovi seduto su uno sgabello di paglia a sorseggiare del buon tè fumante o magari a giocare a backgammon. Il segreto sta nel capire che qui tutto — dal cibo all'artigianato — è un pretesto per stare insieme. La pietra della Cappadocia e l'acqua di Istanbul sono solo le quinte di un teatro dove il vero spettacolo è la popolazione locale e le sue tante interazioni. Vediamo solo alcune di esse a bordo di un tour firmato Guiness Travel, tour operator specializzato in viaggi organizzati con accompagnatore dall’Italia.
Il rito del tè turco
Dimenticate l'idea europea del tè come bevanda pomeridiana o rimedio per il raffreddore. In Anatolia il Çay è il carburante che muove l’economia e la diplomazia. Lo vedrete ovunque: servito in piccoli bicchieri a vita di vespa, bollente e rigorosamente zuccherato. C’è un codice non scritto nell'ospitalità: se il tuo bicchiere è vuoto, qualcuno lo riempirà all'istante. Se vuoi comunicare che sei "pieno" e non ne puoi più, devi appoggiare il cucchiaino di traverso sul bordo del bicchiere. È un segnale silenzioso che salva i viaggiatori da vere e proprie indigestioni di teina. Ad Avanos, nei laboratori di ceramica, il tè serve a pulire la gola dalla polvere dell'argilla; al Gran Bazar, serve a capire se l'acquirente è uno che ha fretta o uno che sa dare valore alle cose.
La cucina della Cappadocia
In Cappadocia la cucina è una questione di polso e di vista. Il piatto simbolo sono i Manti, dei minuscoli ravioli ripieni di carne. Ma non sono ravioli qualsiasi. La tradizione vuole che una futura sposa, per impressionare la suocera, debba essere capace di farne di così piccoli che quaranta pezzi entrino contemporaneamente in un unico cucchiaio di legno. È un lavoro meticoloso, fatto di dita che pizzicano la pasta con una velocità da catena di montaggio. Una volta bolliti, vengono inondati di yogurt all’aglio e burro fuso che sfrigola appena tocca la pasta fredda. Mangiarli in una casa tipica di Mustafapasa significa sperimentare la biblica pazienza anatolica: tre ore di preparazione per dieci minuti di pasto.
Il fango rosso
Ad Avanos, il fiume Kizilirmak è anche il fornitore ufficiale di argilla per l'intera regione. Entrando in una bottega, noterete che i maestri ceramisti non usano torni elettrici moderni, ma quelli a pedale, spinti dal ritmo del piede. C’è un aneddoto che i vecchi del villaggio raccontano ancora ai turisti: un tempo, un giovane uomo non poteva ottenere la mano di una ragazza se non dimostrava di saper creare un vaso con un coperchio perfetto. Il suocero metteva il coperchio sul vaso: se ballava o se non chiudeva al millimetro, il ragazzo veniva rimandato a "studiare". Saper modellare la terra significava saper gestire le difficoltà della vita; se avevi mani tremolanti sul tornio, le avresti avute anche nel mantenere una famiglia.
Kaymakli
Molti vedono le città sotterranee come prigioni o rifugi di guerra, ma per la gente del posto sono state per secoli (e sono tuttora) dei giganteschi frigoriferi naturali. A Kaymakli, se vi avventurate nei cunicoli meno battuti, sentirete un profumo agrumato o l'odore dolciastro delle patate. I contadini della Cappadocia usano ancora queste cavità per stoccare tonnellate di limoni che arrivano dalle coste del sud. La temperatura costante della roccia di tufo conserva la frutta meglio di qualsiasi elettrodomestico moderno, senza seccarla. È un’economia invisibile che corre sotto i piedi dei visitatori: mentre sopra si scattano foto, sotto si muovono quintali di merci fresche.
Istanbul
Spostandosi a Istanbul a bordo del Discovery Istanbul e Cappadocia, si entra nel regno dei gatti. Non sono randagi, sono cittadini residenti. Li vedrete dormire sulle casse dei supermercati, sulle sedie dei ristoranti di pesce o sui tappeti delle moschee. L'aneddoto di Santa Sofia: per anni, la vera star della basilica non sono stati i mosaici, ma Gli, una gatta europea dagli occhi leggermente strabici che aveva eletto il piano imperiale a sua residenza privata. È stata accarezzata da presidenti e re, diventando il simbolo di una città decisamente pet-friendly. A Istanbul, il gatto è sacro per tradizione religiosa e popolare: "Se non ami gli animali, non puoi amare le persone", ti diranno nei quartieri di Fener e Balat mentre ti offrono una sedia già occupata da un micio addormentato.
Il teatro del Gran Bazar
Se entrate al Gran Bazar con una lista della spesa e l'idea di sbrigarvi, avete già perso. Qui la vendita è un atto teatrale in tre atti.
- L'aggancio: Non è mai aggressivo, è quasi sempre una curiosità sulla vostra provenienza.
- L'ospitalità: Il già citato tè. Serve a mettervi seduti, a rendervi vulnerabili alla bellezza degli oggetti.
- La battaglia: La contrattazione. Un commerciante serio si offende se comprate subito. Gli togliete il piacere del gioco. Contrattare significa riconoscere l'intelligenza dell'altro. Si parte da cifre assurde per trovarsi a metà strada, con una stretta di mano che sancisce un'amicizia temporanea ma sincera. Chi non contratta a Istanbul viene visto come qualcuno che non ha tempo per i rapporti umani.
Il latte di leone e il Keyif
La giornata, in un viaggio in Turchia, può finire spesso davanti a un bicchiere di Rakı. Lo chiamano "latte di leone" perché, una volta aggiunta l'acqua, l'anice diventa bianco e opalescente. Non si beve mai da soli e mai senza le Meze (antipasti come formaggio feta, melone, purè di melanzane). Bere il Rakı è l'accesso diretto al Keyif, uno stato d'animo tipicamente turco che indica il piacere del dolce far niente, del tempo che scorre senza ansia. Seduti al Galataport o vicino alla Torre di Galata, vedrete i locali passare ore davanti a un bicchiere, guardando il Bosforo. È in quel momento, tra un sorso di anice e un pezzo di formaggio, che si capisce la vera Turchia: un Paese che corre verso il futuro, ma che sa fermarsi per ore se il tramonto è quello giusto.
Si torna a casa con la polvere della Cappadocia sulle scarpe e l'odore di sesamo del Simit (la ciambella venduta sui traghetti) addosso, ma soprattutto con la consapevolezza che qui il lusso non è il marmo dei palazzi, ma il tempo che la gente è disposta a regalarti.